Volevo in tutti i modi che fosse mia, non avrei mai accettato di essere solo il suo amico-confidente. Ma lei me lo aveva imposto, quel ruolo, e se volevo frequentarla lo dovevo accettare per forza.
La mia Marta! Raffinata e sensuale nello stesso tempo, già a sedici anni, con gli occhi liquidi da cerbiatta e lo sguardo obliquo e sfuggente, simile a quello di una donna matura e smaliziata.
L’ho amata in un modo talmente intenso per l’età che avevo! L’ho amata passionalmente, di vero amour fou, nello stesso modo che avrei visto poi illustrato in tanti film fondamentali per la mia formazione.
Fu allora che scoprii la bellezza e l’intensità assoluta dell’amore unilaterale, dell’amore che cresce, immenso, da una parte sola, del decidere di corteggiare la più bella che hai intorno e non quella che realisticamente pensi sia “alla tua portata”. Fu allora che decisi di essere utopista, integralista dell’amore, e di volere lei, proprio lei, quella che a guardarla mi stordiva il cuore.
La volli soltanto però, non la ebbi mai, almeno allora.

Lei arrivava a scuola con i suoi jeans attillati, le scarpe con un piccolo tacco, una maglietta semplice ma sempre originale e sopra a tutto il suo giubbottino bianco; arrivava con quei capelli castano chiari, lisci e con la riga da una parte, che a volte portava lunghi alle spalle e a volte tagliava cortissimi, semplicemente pettinati alla maschietta; arrivava con la sua camminata lasciva, il suo passo felpato, la sua postura naturalmente, automaticamente elegante… E tutte quelle cose di lei già mi incantavano. Ma era soprattutto nei suoi occhi liquidi e grigio-azzurri che affogavo; tutto il resto, pur bellissimo, faceva solo da cornice a quegli occhi, valorizzava il centro del suo quadro.
E mi bastava guardarla, si. Mi bastava. Quando lei si concedeva ai miei occhi, per un’ora nel pomeriggio o per un quarto d’ora al bar della scuola, io godevo nel “contemplarla” e gioivo immensamente all’idea che in quel momento era soltanto con me, e quindi in qualche modo era mia.

Io non le piacevo fisicamente. Me l’aveva detto chiaro un giorno di aprile, su quella tribuna dello  stadio, durante le gare  di atletica del liceo: « Mi dispiace Franco, non mi piaci fisicamente…»
Aveva detto così, secca, risoluta, lapidaria, quando, con uno sforzo gigantesco, avevo osato prenderle la mano. Ed io allora avevo fatto un altro sforzo gigantesco per non piangere, o per non scappare via, o per non metterle le mani intorno al collo ed ucciderla…
Ma il giorno dopo, quando la sfuggii in tutti i modi per paura che rigirasse il coltello nella mia piaga, fu lei a cercarmi; con decisione, con ansia quasi. Per cui capii, con una specie di improvvisa illuminazione, che almeno come amico le ero veramente necessario. E decisi che mi bastava.
Presi lì quella decisione capitale, che avrebbe condizionato tutta la mia adolescenza e tutta la mia giovinezza. Perché poi il mio apprendistato sessuale ed erotico l’avrei fatto al di fuori di lei, e a prescindere dai suoi occhi grigio-azzurri; con altri occhi, con altre bocche…

Ma questo avvenne dopo, all’università. Finché frequentai il liceo non ebbi nessuna ragazza. Decisi di essere solo suo: per coerenza, per fedeltà bigotta e maniacale.
Lei ogni tanto s’ innamorava di un altro… E si confidava con me.  « Non ti dispiace se te ne parlo, vero? », mi diceva, e poi giù: mi raccontava tutti i suoi sentimenti e tutti i suoi tormenti nei minimi particolari.
Alla fine ci avevo fatto il callo, su questo. Sopportavo bene qualsiasi suo sfogo, anche quando mi raccontava che aveva baciato un nuovo ragazzo, anche quando piangeva perché il “lui” di quel momento l’aveva snobbata ed era andato con un’altra. Non soffrivo più alla fine. La stringevo un po’ a me, le dicevo: « Dai su…» e approfittavo per sentire il suo odore, per sfiorare il suo seno, per darle un bacino sulla guancia. Ormai avevo sfondato il muro del suono della gelosia, l’amavo al di là della gelosia, l’amavo a prescindere. Del tutto. Disperatamente.

Quando ci iscrivemmo all’università, io andai a Perugia, perché i miei proprio quell’anno si erano trasferiti lì, e lei andò a Firenze; per cui le nostre vite si separarono. Dovetti affrontare così il vuoto spinto dei giorni senza di lei, quella vaga sensazione di inutilità e di vanità che mi faceva snobbare tutto quello che mi girava intorno, compresi gli amici, comprese le ragazze. E fu lì che proprio questa mia assenza da tutto e da tutti mi fece conquistare Adele, una compagna di università che maturò per me un sentimento simile a quello che io nutrivo per Marta. Lei mi amava follemente, insomma, e io mi lasciavo amare. Accettavo la sua amicizia e lei si accontentava. E ogni tanto me la portavo a letto, e lei si innamorava sempre di più…
Alla fine, in quel periodo, mi sembrò anche di essere andato “oltre Marta”, di averla “superata”… Ma quando la rividi, d’estate, al ritorno nel mio paese di origine, tutto crollò. E io affogai ancora nei suoi occhi, che erano diventati più profondi, e più sicuri. L’esperienza in città l’aveva fatta crescere evidentemente, chissà in quali sensi, e in quali modi… Per continuare a leggere il racconto segui le istruzione nel box qui sotto!

 

 

 

 

 

 

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Writer è “un uomo che ama le donne”, come il protagonista del famoso film di Truffaut. Ne ha incontrate tante, come amiche, come compagne, come amanti, e conosce il loro punto di vista sulla vita e sull’amore. Scrivendo i suoi racconti, cerca di coinvolgerle con trame avvincenti e appassionanti. Pur raccontando storie ambientate ai giorni nostri, cerca di creare atmosfere intense e romantiche come quelle dei grandi romanzi dell’ottocento (Orgoglio e pregiudizio… Madame Bovary… Anna Karenina… Il ritratto di Dorian Gray... ) Parla dell’amore in tutti i suoi aspetti: sentimento, eros e sesso, e sa essere dolce e poetico anche nel raccontare le storie più forti ed eccitanti… Nelle sue storie potrete cogliere bene anche il punto di vista maschile sull’amore, per cui sarà utile a tutte voi per orientarvi meglio nello strano universo dei sentimenti degli uomini.

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